Vitruvio e la solidarietà. Lettura in chiave metaforica dell’opera di Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, Einaudi, 1997, in occasione di una recente scoperta archeologica.

Maurizio Cinelli

già professore ordinario di diritto del lavoro dell’Università di Macerata

L’autore propone una lettura in chiave metaforica dell’opera di Marco Vitruvio Pollione, De Architectura, anche alla luce della scoperta recente della Basilica di Vitruvio in Fano, rivalutando il concetto, anche giuridico, della solidarietà.

The author proposes a metaphorical reading of Marco Vitruvius Pollio’s work, De Architectura, also in light of the recent discovery of the Basilica of Vitruvius in Fano, re-evaluating the concept, even legally, of solidarity.

1. No, non è un refuso la parola che figura nel titolo. È proprio “solidarietà”, non già “solidità”, come potrebbe far pensare l’accostamento del vocabolo al nome del famoso architetto dell’antichità (forse Marchigiano ante litteram, se veramente nato, come qualcuno sostiene, nell’illustre città di Fano).

E non è neppure un tentativo audace di chi scrive di concorrere al “premio Pindaro” (candidatura oltretutto intempestiva, dato che quel premio è ancora in attesa di essere istituito). È, piuttosto, una metafora: almeno in parte o in un certo senso.

E, come si sa, la metafora è una sorta di macchina da guerra della parola, per la capacità che essa ha di veicolare rapidamente, tradotti in immagini o riferimenti di comune esperienza, concetti complessi. Con l’effetto di potenziare così le capacità di convincimento dell’interlocutore, da parte di chi di quell’artificio sappia far uso appropriato.

Certamente, una scorciatoia, la metafora, che evita le asperità e i rigori del tracciato lungo il quale di regola si dipana l’argomentare guidato dalla logica formale; e, tuttavia, uno strumento, tra i più efficaci e sottili e rapidi, privilegiato da chi intenda praticare l’“arte di ottenere ragione”, come si intitola un celeberrimo pamphlet di un grande filosofo[1].

È da ritenere che sia proprio in ragione di tale dose di capziosa ambiguità che alberga al fondo della metafora, che il relativo impiego non da tutti e non sempre venga o sia stato apprezzato, ma, anzi, talvolta sia o sia stato considerato con sospetto, se non addirittura osteggiato[2].

2. Senza indugiare ulteriormente in questo preambolo, passo subito al tema della solidarietà e al perché del presente suo accostamento “metaforico” a Vitruvio.

 “Solidarietà”: vocabolo che, pur avendo nel suo etimo la parola “solido”, esprime un concetto di per sé sfuggente, controvertibile, difficile da definire nella sua essenza. Eppure è concetto emerso dai gorghi delle calamità “globali” dell’età contemporanea, che idealmente ispira e intorno al quale si raccoglie quel complesso di provvidenze, regole, idee, progressivamente elaborate a soccorso e protezione di chi, nel contesto di una collettività o come singolo, venga a trovarsi in una situazione di bisogno.

Oggi, tuttavia, quello che è stato il vessillo dello Stato sociale – la solidarietà, appunto –, dopo aver sventolato, a lungo e senza riserve, non si presenta fulgido come in passato, bensì sfilacciato dall’uso (e dall’abuso) quotidiano che se n’è fatto e se ne fa, tanto a dritta, quanto a manca: insegna ostensiva di un valore che la pratica ha infiacchito, vessillo, logorato dall’uso, di un assediante che stancamente staziona sotto le mura della doviziosa, ben fortificata cittadella, dove si pratica  la regola che ognuno pensa per sé, e i conferimenti “altruistici” a quanto è di pubblica pertinenza tendono a farsi simbolici.

Ecco, dunque, un primo spunto che si presta a giustificare il rimando all’Opera di Vitruvio.

La solidarietà è valore che, per poter conservare la sua caratura e assolvere pienamente e fattivamente il suo ruolo, richiede un intervento manutentivo che ne accerti e garantisca la perdurante solidità della relativa base di appoggio, ne rafforzi gli elementi portanti, ne accerti e ne favorisca la funzionalità e la durevolezza.

 Qui la metafora risulta di piena evidenza e pertinenza. I precetti costruttivi del De Architectura vitruviano traducono perfettamente in un’immagine concreta l’idea di un valore fondamentale, qual è, appunto, la solidarietà; e l’immagine di una struttura complessa, articolata, solida, sostenuta da fasce di colonne, funzionalmente valida e di generale, godibile fruizione, la rappresenta puntualmente.

3. Se, però, anziché da un punto di vista metaforico, qual è quello dell’architettura, la si consideri da un punto di vista antropologico, la solidarietà si rivela qualità che può essere variamente concepita.

Effetto di un’ancestrale disponibilità psichica nei confronti degli altri, suscettibile di essere definita diversamente, a seconda delle prospettive, ma senza che se ne intacchi l’essenza; immanente espressione dell’ancestrale vocazione dell’uomo in favore dell’altro da sé; frutto dell’agnizione nel proprio simile della comunanza esistenziale e di destino; componente spirituale trascendente della persona nel suo rapporto con il prossimo e con la divinità; attitudine dell’individuo sociale alla cooperazione e alla condivisione in funzione di conservazione e difesa di sé e della comunità di appartenenza: non è questo che un piccolo, seppur rappresentativo, florilegio delle possibili definizioni.

Spetta comunque ai sociologi il merito di aver dato fondamento scientifico al concetto, nel momento stesso in cui ne hanno ravvisato la fonte diretta essenzialmente nella divisione sociale del lavoro[3].

Indiscusso è, tuttavia – e se n’è appena dato conto – lo stretto legame della solidarietà con l’etica[4].

Ebbene, anche sotto tale profilo il lascito di Vitruvio è vivido (di un’etica “applicata”, se vogliamo, come puntualizza il Presidente dell’Istituto vitruviano; un lascito non intaccato dal trascorrere del tempo e indifferente alle contingenti, artificiose suddivisioni in settori, materie o discipline dell’attività fisica e di pensiero, attraverso la quale l’uomo esprime sé stesso. È un lascito morale, quello che Vitruvio stesso consapevolmente, e con legittimo orgoglio, dedica ai posteri; un lascito che, idealmente può ben essere accostato al valore che la solidarietà rappresenta all’interno della nostra Costituzione.

4. L’insigne Opera che ci è stata tramandata ha, sì, ad oggetto l’attività dell’edificare, analizzata e descritta nella varietà delle sue problematiche tecniche, ambientali e funzionali, ciascuna delle quali l’Autore scrupolosamente e magistralmente approfondisce e descrive o argomentatamente suggerisce. Nulla di tutto ciò, tuttavia, risulta fine a se stesso.

Nei “10 libri” dei quali l’Opera consta, numerose sono le pagine che trattano esplicitamente di quello che, di fatto, in maniera molto trasparente, è il fine ultimo dell’Opera stessa: l’uomo, la sua condizione su questa terra, la sua centralità, il suo benessere materiale e psichico.

Non per nulla l’Opera è tornata a rifulgere, dopo quasi 1500 anni, appunto, con l’Umanesimo; e grazie non già a un protagonista della “tecnica”, ma a un grande della letteratura, uno dei padri della lingua italiana: il Petrarca, dalla cui autorevole segnalazione, infatti, hanno preso le mosse le fortune meritatissime, quanto sorprendenti, del De Architectura. Un’Opera divenuta ben presto un testo di riferimento degli architetti rinascimentali – primi tra tutti Leon Battista Alberti e Andrea Palladio –, per restare tale anche per gli architetti di oggi.

Le basi di solidità fornite dalla costruzione vitruviana, se calate in una ricerca di carattere filosofico-politico sulla solidarietà, «dischiudono prospettive di significato capaci di orientare in via euristica una comprensione preliminare della nozione di solidarietà»: una nozione che incorpora, cioè, «le proprietà della stabile fermezza, coesione tra le parti costitutive di un dato intero e delle interconnessioni che si preservano nel corso del tempo […], una iniziativa progettuale umana, che è chiamata a valutare accuratamente il terreno e la rete di condizioni sul quale una struttura integra e coesa vada strutturata […]. L’idea di un impianto architettonico restituisce l’immagine dell’Opera come organismo, il cui funzionamento è dettato tanto dall’azione delle sue parti interne, quanto dalla natura delle relazioni sussistenti tra di essa»[5].

5. L’etimologia di solidarietà, tuttavia, non conduce soltanto all’architettura; essa vanta anche un risalente aggancio con il diritto delle obbligazioni.

Precisamente, l’etimo indirizza verso quell’obligatio in solidum,che, già nel diritto romano arcaico, facendo eccezione alla regola della individualità del vincolo obbligatorio, ha previsto la possibilità che la stessa obbligazione possa giuridicamente imporsi a una pluralità di creditori o di debitori, contemporaneamente

In tale prospettiva (giuridica) il comportamento solidale si configura come un dovere, ma soprattutto implica un’assunzione di responsabilità che, di fatto, rappresenta una novità. Mentre il solidum,che ha a riferimento l’architettura, evoca l’invincibilità della struttura, solidamente impiantata, strutturata, gestita, la solidarietà che ha come punto di riferimento l’obbligazione giuridica evoca, al contrario, la vulnerabilità di chi è esposto alle offese e alle traversie generatrici dello stato di bisogno.

In entrambi i casi, tuttavia, è ancora la “coalizione” intersoggettiva attraverso la quale si svolge l’impegno in funzione di un comune interesse, a rappresentare il riferimento che rimanda metaforicamente alla solidarietà.

Nel primo caso, l’immagine di architettura rimanda alla costruzione solida, armonica e coesa dell’istituzione protettiva, in cui i singoli elementi si rafforzano e supportano l’un l’altro. Nell’altro caso, è in evidenza il momento dinamico o funzionale, e l’obbligazione è metafora del bisogno, che tutti investe e colloca nella medesima condizione di responsabilità.

Il fatto che la concreta soddisfazione di quell’obbligazione in solidum sia destinata a essere adempiuta dal più abbiente tra gli obbligati, può considerarsi metaforicamente rappresentata da quel processo di redistribuzione della ricchezza, che è anch’esso uno delle espressioni più scontate della solidarietà.

6. Una doppia via, dunque, di legittimazione giuridica del valore in esame.

Ma la concorrenza di diritto e architettura nell’alimentare il concetto di solidarietà non contraddice la pertinenza del richiamo a Vitruvio, neppure da tale prospettiva.

Innanzitutto, non può sfuggire come architettura e diritto abbiano un elemento comune, ed evidentissimo: quello di essere entrambe discipline dirette a regolare comportamenti e situazioni dell’uomo, in funzione di una prospettiva di convivenza pacifica, serena e armonica.

Vitruvio, nel redigere la sua Opera, all’apporto strettamente inerente all’ars aedificandi accompagna e mescola (come già accennato) riflessioni filosofiche al cui centro c’è l’uomo a tutto tondo, con le sue esigenze, le sue complessità, le sue inquietudini. Non per nulla Leonardo da Vinci, nel famoso disegno conservato presso il Gabinetto dei disegni della Galleria dell’Accademia di Venezia, ha fatto dell’homo vitruvianus non soltanto l’emblema dell’armonia del corpo umano secondo i canoni della classicità, ma il centro dell’universo, sintesi tra spiritualità (il cerchio) e la materia (il quadrato).

7.    Elementi costitutivi della visione del grande Architetto dell’antichità sono, insieme alla solidità – quella che lui chiama firmitas – cioè, la struttura “sana”, predisposta per resistere e durare, l’utilitas, cioè, la rispondenza alle esigenze funzionali, a beneficio di tutti, senza riserve, e specie quando i dinamismi e le traversie della vita sottopongono a prova la funzionalità della struttura, e, infine, la venustas, che non è certo la bellezza fine a se stessa, ma è “armonia”, coesione, coerenza: il “fuori” che risponde al “dentro” dell’uomo in un’interazione continua tra spirito e materia.

Un’architettura “globale”, in altre parole – quella che risulta dal concorso e dall’interazione di firmitas, utilitas e venustas –, espressione di una visione filosofica che abbraccia – con una lungimiranza che meraviglia, quanto disorienta e sconcerta insieme – , anche l’ambiente.

Un’attenzione al rispetto delle esigenze del patrimonio ambientale, del paesaggio e della natura, talmente puntuale, da aver condotto all’operazione di elaborazione di un c.d. “giuramento di Vitruvio”, pensato perché su di esso tutti i sindaci che svolgono in questo momento le loro funzioni possano essere invitati a impegnarsi[6].

E non basta. In Vitruvio si coglie anche una sensibilità che appare preconizzare l’esigenza di una rete di tutele sociali: quelle tutele sociali che sarebbero state caratteristiche in epoca successiva, ed enormemente lontana nel tempo. Un esempio per tutti può essere considerata la rappresentazione, nelle pagine dell’Opera, di un’esigenza di tutela riservata agli atleti che, festeggiati e ricolmati di premi e benefici nel momento del loro successo, vengono lasciati privi di qualsiasi sostegno economico, una volta che il passare degli anni abbia spento il vigore e lo smalto  dell’età giovanile: nell’Opera che ha come ideale destinatario Augusto imperatore si può dire, dunque, che aleggi un’indicazione anticipatoria di quella che duemila anni dopo sarebbe stata la c.d. legge Bacchelli.

8.    Vien da dire (e qui, forse, torna a incombere su chi scrive l’ombra di Pindaro, ma l’immagine che spinge per essere esternata è troppo forte, per poterla ricacciare indietro), che l’Opera letteraria di Marco Vitruvio Pollione, composta all’inizio del primo secolo dell’era volgare, quando Ottaviano stava per divenire Augusto, ed è a lui dedicata, appare meritevole di essere apprezzata anche come un’opera di normazione di rilevanza analoga a quella che un grande giurista avrebbe elaborato, circa sei secoli dopo, a favore dell’imperatore Giustiniano: il riferimento è a quell’alta opera di normazione che è stata realizzata dal giurista Triboniano, e i cui precetti hanno avuto vigenza nei territori della romanità per secoli, rappresentandone l’humus sul quale si sono sviluppati gli stessi attuali ordinamenti giuridici dell’Europa continentale.

La recentissima scoperta, proprio all’inizio di quest’anno 2026, dopo ben cinque secoli di ricerche archeologiche, nel cuore stesso di Fanum Fortunae – come si chiamava all’epoca l’attuale, effervescente città di Fano – della “Basilica di Vitruvio”, la più antica sapienza architettonica dell’Occidente, custode dell’identità più profonda del nostro paese, può aggiungere alla presente metafora anche il significato di una parabola.

Una parabola felix,che valga d’auspicio per una ripartenza da basi rinnovate, rinsaldate e durature di un valore assoluto e qualificante per l’intero ordinamento giuridico del nostro tempo, qual è, indiscutibilmente, la solidarietà.


[1]  A. Schopenhauer, L’arte di ottenere ragione, Milano, 1990.

[2]  Così, ad esempio, già T. Hobbes, Leviatano, Milano, 2011.

[3] È d’obbligo, al proposito, far riferimento a E. Durkheim, La divisione sociale del lavoro, Milano, 2021.

[4] Della cui valenza offre un intenso quadro sinottico A. Ghisalberti, Solidarietà e statuto della persona, in M. Napoli [a cura di], La solidarietà, Milano, 2009, p. 25; sottolinea invece in particolare i riferimenti alla fraternité rivoluzionaria, S. Giubboni, Solidarietà, in Pol. dir., 2012, p. 525.

[5] Così si esprime, in un’ottica di filosofia politica, E. Irrera, Una giustizia in divenire. Le radici teoriche della solidarietà, Soveria Mannelli, 2026, p. 45; ma ricca di utili riferimenti al medesimo proposito è anche l’opera di M.C. Blais, La solidarietà. Storia di un’idea, Milano, 2012.

[6] Così S. Settis, Giuramento di Vitruvio per i sindaci, in Vitruvius, 2022, p. 201.

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